Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2026
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Ascoltare e suonare musica sono attività che possono favorire il benessere psicologico e influire indirettamente sullo stato di salute. Con la guida di esperti possono aiutare alcuni pazienti con diverse malattie a stare meglio nel corso del percorso di cura.
La musica agisce in modo diretto e misurabile sul nostro organismo. Può influenzare le emozioni, la capacità immaginativa e motoria e avere effetti positivi sulla salute e il benessere, a qualunque età. Per chi la musica la ascolta, tra i benefici sembrano esserci un migliore sonno e più attività fisica. Per chi suona uno strumento i vantaggi sembrano aumentare ancora di più, anche con il passare del tempo.
Trasformazioni in corso
L’intensa e prolungata pratica musicale provoca profondi cambiamenti nel cervello dei musicisti. In genere si inizia a suonare da molto piccoli, quando si possiede una maggiore plasticità cerebrale, ovvero la capacità del cervello di adattarsi agli stimoli esterni. Quando si è bambini si generano infatti con maggiore facilità nuovi neuroni e sinapsi, ed è quindi più semplice far diventare automatici i complessi e fini movimenti del corpo e delle dita necessari per suonare uno strumento.
Tuttavia a prescindere da quando si sia iniziato, resta fondamentale esercitarsi a lungo. Più tempo si trascorre allo strumento, più si sviluppano le numerose aree della corteccia cerebrale coinvolte nella pratica musicale, come quelle motorie e premotorie, che regolano i movimenti. Inoltre si attiveranno in modo diverso e specifico le regioni temporali uditive, dove sono distinti e riconosciuti i suoni. Ascoltando per la prima volta un’aria del compositore barocco Johann Sebastian Bach, nel cervello dei non musicisti sembra attivarsi maggiormente l’emisfero destro, mentre nei musicisti quello sinistro, che codifica e rielabora i suoni. È inoltre maggiore il volume occupato sia dal cervelletto, che contribuisce all’apprendimento motorio e procedurale, sia del corpo calloso, che veicola il veloce scambio di informazioni tra le aree destra e sinistra del cervello. Nei musicisti professionisti, infine, si attivano di più anche le regioni corticali frontoparietali che sono responsabili della rappresentazione dell’azione, dell’esecuzione motoria e di molte altre funzioni coinvolte nell’esecuzione.
I vantaggi inaspettati della musica
Al termine di anni di formazione musicale, quindi, il cervello non sarà più quello di prima. Si imparerà a suonare uno strumento, a intonare e a distinguere i suoni, ma potrebbero migliorare anche altri aspetti cognitivi al di fuori della musica, come le capacità linguistiche, di lettura e memoria verbale. Con l’avanzare dell’età questa risorsa diventa ancora più utile per mitigare l’inevitabile declino cognitivo tipico dell’invecchiamento. In genere un musicista anziano è in grado di memorizzare, ascoltare e rappresentare il linguaggio come un giovane adulto, e meglio di una persona anziana che non ha mai suonato. Il cervello di un musicista anziano può inoltre essere maggiormente in grado di compensare il declino di determinate aree cerebrali con un’attività più intensa in altre regioni, come quelle sensoriali o frontali. Lo dimostrano anche i risultati di un recente studio pubblicato sulla rivista Science Advances. Attivando di più alcune aree e inattivando maggiormente altre, i cervelli dei musicisti anziani riescono a distinguere, riconoscere e seguire un discorso, nel rumore di fondo, con la stessa capacità di un giovane adulto, e meglio delle persone avanti con l’età che non hanno mai suonato.
La pratica musicale potrebbe persino contribuire a prevenire la demenza, che, a differenza del naturale declino cognitivo dell’invecchiamento, è una vera e propria patologia neurodegenerativa frequente degli anziani. Questa malattia porta a perdere la memoria e il controllo delle emozioni, compromettendo le relazioni sociali e la vita di tutti i giorni. Solo in Italia si stima che quasi 1 milione e 300.ooo persone siano affette da demenza, ovvero più del 2 per cento della popolazione, in base ad analisi del 2019. Si tratta di numeri che, secondo gli esperti, potrebbero raddoppiare entro il 2050. Ma la musica potrebbe essere d’aiuto per contrastare questa tendenza. Lo dimostrano i risultati di uno studio svolto in collaborazione da ricercatori in California e in Svezia. Gli scienziati hanno seguito nel tempo più di 400 coppie di gemelli, di cui uno musicista e l’altro no, osservando l’eventuale insorgere della demenza. Hanno così scoperto che, invecchiando, il gemello musicista aveva una probabilità ridotta del 64 per cento circa di incorrere in questa malattia, rispetto all’altro fratello o sorella.
Non è mai troppo tardi
Se non si pratica ancora musica, non è mai tardi per iniziare. Seppure bambini e ragazzi apprendano con maggiore facilità, anche da adulti si può imparare a suonare, perché il cervello mantiene una certa plasticità neuronale. Infatti, in alcune parti del cervello continuano a formarsi nuovi neuroni e sinapsi. Se l’esercizio è costante e prolungato nel tempo, i gesti e movimenti acquisiti possono indurre modifiche biochimiche strutturali che portano a imprimerli nella memoria per mesi e anni. Rispetto a quando si è piccoli, da adulti si tende anche a essere più motivati e consapevoli dell’importanza e dei benefici della pratica musicale. Ci si distrae meno durante l’esercizio e si apprezza di più il tempo dedicato a questa disciplina, con conseguenze positive anche sull’umore. Suonare permette di esprimere le emozioni e di coltivare relazioni sociali, per esempio entrando in un piccolo gruppo o orchestra amatoriale.
Non si può negare che avvicinarsi alla musica sia complesso, richieda tempo e impegno. Tuttavia, qualunque sia il motivo che porta a farlo, ci si accorgerà ben presto di quanto sia un buon modo per alimentare le riserve cognitive e per prendersi cura della propria salute mentale, di oggi e di domani.
La musica agisce sulla mente e in particolare sulle emozioni, tanto da poterle influenzare. Alcuni studi hanno mostrato effetti positivi sull’umore anche di musiche tristi, caratterizzate da suoni gravi, omogenei e un ritmo lento. Anche se ciò può sembrare controintuitivo, ascoltare questo tipo di musica può stimolare un senso di empatia e il rilascio di prolattina, un omone che viene prodotto soprattutto durante l’allattamento per stimolare la produzione di latte. Più in generale, il meccanismo associato all’ascolto di musica triste sembra promuovere una sensazione di piacere e benessere, piuttosto che di commiserazione. Le persone più sensibili a tale effetto sarebbero quelle più empatiche, che tendono già a preferire la musica triste per gusti personali. In linea generale, comunque, ascoltare musica triste può essere di sostegno durante i momenti di stress.
La musica può anche aiutare a superare la difficoltà di addormentarsi. In particolare, può essere utile ricorrere a playlist di brani che in qualche modo ricordano le ninne nanne dell’infanzia. Di solito, questo tipo di musica ha un ritmo medio-lento, è in tonalità minore e presenta fraseggi legati e passaggi morbidi, come la sonata “Chiaro di luna” di Beethoven e “River flows in you” di Yiruma. Brani con queste caratteristiche possono aiutare a regolarizzare la respirazione, rallentare la velocità del battito del cuore, far scendere la pressione del sangue così come i livelli di ormoni dello stress nel sangue.
Nel complesso, paiono stimolare la fase di rilassamento che precede il sonno. La musica sembra funzionare soprattutto per i casi più lievi che non sono ancora sfociati nell’insonnia e non necessitano di riconsiderare le proprie abitudini ed eventualmente l’utilizzo di farmaci.
Diversamente dalle ninne nanne, i brani ritmati e acuti accelerano il battito cardiaco e inducono uno stato di eccitazione che spinge a muoversi. Oltre a un possibile effetto positivo sull’umore, i vantaggi per la salute derivano soprattutto dalla combinazione di ascolto e movimento. Svolgere con regolarità e in modo continuativo attività fisiche come la danza, la corsa e la camminata veloce, facilita il transito intestinale, e inoltre promuove una riduzione dei livelli di infiammazione nel corpo e l’attività del sistema immunitario. In questo modo, stimolando il movimento regolare nel tempo, la musica può indirettamente favorire la riduzione del rischio di sviluppare diversi tipi di tumore, tra cui quelli al colon retto e al seno.
La musica può anche migliorare le performance sportive, per esempio rendendo più facile visualizzare mentalmente il movimento prima di svolgerlo e aumentando la motivazione. Per esempio, è stato osservato che per i corridori professionisti ascoltare musica di proprio gradimento contribuisce ad abbassare i tempi della corsa e a ridurre la percezione della fatica.
Gli effetti sull’organismo sembrano ancora più evidenti e profondi per chi suona e pratica la musica. L’intensa e prolungata attività musicale provoca profondi cambiamenti nel cervello dei musicisti. Un prolungato esercizio musicale, che dura anni e parte dall’infanzia, induce un maggiore sviluppo delle numerose aree del cervello che sono coinvolte nella pratica musicale. Tra queste, la corteccia centrale motoria e premotoria, che regolano i movimenti e il cervelletto, che contribuisce all’apprendimento motorio e procedurale. Oltre alle capacità musicali, la pratica musicale può migliorare anche altri aspetti cognitivi, come le capacità linguistiche, di lettura e di memoria verbale.
Con l’avanzare dell’età questa risorsa diventa ancora più utile per mitigare il declino cognitivo tipico dell’invecchiamento. La musica infatti agisce direttamente sulla nostra riserva cognitiva, ovvero la capacità del cervello di contrastare il declino delle funzioni cerebrali, legato all’avanzare dell’età. L’elevata e complessa attivazione cerebrale che si registra quando si suona uno strumento contribuisce sia a preservare le abilità cognitive già sviluppate con l’esercizio, sia a compensarne altre in declino con l’età. Quando possibile, altri modi per agire sulla propria riserva cognitiva sono mantenere interazioni sociali, interessi e attività culturali, come la lettura o la scrittura.
Proprio per la sua grande capacità di coinvolgere corpo e mente, la musica può anche essere usata per alleviare disturbi o utilizzata come un vero e proprio strumento di cura con la musicoterapia.
Studiare musica fin da piccoli potrebbe anche prevenire o limitare i problemi nella lettura causati dalla dislessia. All’interno di un percorso strutturato di musicoterapia, invece, l’ascolto di brani specifici o la pratica musicale può aiutare anche a limitare l’impatto di patologie, come quelle neurodegenerative. Per esempio, esercizi di canto possono stimolare la memoria e le funzioni esecutive, mentre riducono lo stress in persone con demenza. Per chi ha il Parkinson, interventi basati sulla musica sembrano riuscire a migliorare le capacità motorie, cognitive e sensoriali.
Camilla Fiz